sabato 8 novembre 2008

Il voto delle religioni: Barack conquista i cattolici

Il Messaggero 8.11.08
Il voto delle religioni: Barack conquista i cattolici

WASHINGTON Barack Obama, nonostante le sue posizioni a favore della libertà di aborto, ha conquistato l'elettorato cattolico statunitense: dai dati sugli exit poll diffusi dal Pew Forum on Religion and Pubblic Life (uno dei maggiori istituti statistici americani), il senatore afro-americano ha ottenuto il voto del 54% dei cattolici degli States, mentre il suo avversario repubblicano, John McCain, si è fermato al 44%.
Un salto in avanti notevole: nel 2004, il 52% dei cattolici avevano infatti votato per George W. Bush, e il 47% per il democratico John Kerry (cattolico, ma osteggiato dai vescovi perché troppo filo-abortista). Il senatore nero è avanzato anche tra i protestanti: il 45% di loro lo ha votato, anche se la maggioranza è rimasta repubblicana; nel 2004 Kerry aveva ottenuto il 40% del voto protestante.
I cristiani rappresentano la religione dominante negli Stati Uniti, ovvero circa l'82% di una popolazione di oltre 300 milioni di abitanti. Alle varie chiese protestanti tradizionali, divise in una decina di denominazioni (dai battisti agli anglicani, dai luterani ai metodisti) appartengono oltre il 50% degli statunitensi; i cattolici costituiscono il 25% circa della popolazione (un dato in continua crescita grazie ai latinos) e i restanti cristiani a comunità minori, come ad esempio i Testimoni di Geova.
Il dato interessante, sia nel caso dei protestanti che dei cattolici, è che il senatore di origine africana ha conquistato consensi tra i bianchi, anche se il guadagno più consistente è stato tra gli altri gruppi etnici. Obama è avanzato del 5% tra gli evangelici bianchi, tradizionalmente repubblicani, e del 4% tra i bianchi cattolici.
Sulla Cns, agenzia di stampa della Conferenza episcopale cattolica statunitense, si ammette che gli elettori hanno basato il loro voto in primo luogo su questioni come l'economia, l'assistenza sanitaria e la guerra in Iraq, anzichè su temi su cui tradizionalmente si incentrano le preoccupazioni religiose, come l'aborto o le unioni tra persone dello stesso sesso. Negli Stati dove i vescovi hanno martellato di più sulle questioni etiche, ad esempio in Missouri o in Pennsylvania, i cattolici hanno dato il loro voto in percentuale maggiore a McCain.
Stavolta la Conferenza episcopale americana, nella sua dichiarazione pre-elettorale Faithful Citizenship, aveva sì sottolineato l'importanza dell'aborto tra i criteri di scelta, lasciando però alla fine libertà di coscienza ai propri fedeli. Evidentemente nè il “laico” McCain nè l'ultraconservatrice Sarah Palin davano sufficienti garanzie.
Contro Kerry, invece, i presuli erano stati molto più duri, favorendo, nonostante le divergenze sull'Iraq, la vittoria di Bush junior.

martedì 4 novembre 2008

Il Pd organizza il processo alla Binetti Gli ex dc lo smontano

Il Pd organizza il processo alla Binetti Gli ex dc lo smontano

Libero del 4 novembre 2008, pag. 14

di Elisa Calessi

Se non altro Paola Binetti ha battuto un record. Non era mai successo, infatti, che alla Commissione di garanzia del Partito democratico venisse sottoposta una frase. L’oggetto del contendere, che, forse (ma i dubbi sono tanti), porterà a un "processo" disciplinare, è una presa di posizione del deputato del Pd in difesa di un nota del Vaticano che invitava a prestare più attenzione, nell’ammissione dei seminaristi, per chi ha orientamenti omosessuali. Giusto, ha detto Binetti al Corriere della Sera, perché «tendenze omosessuali radicate» possono portare al «rischio pedofilia». Si è scatenato un putiferio. Andrea Bendino e altri gay del Pd hanno presentato ricorso ai Garanti. Ieri Paola Concia, altra esponente omosessuale, ha scritto una lettera a Walter Veltroni, dicendo che la questione è «politica». Binetti si è resa protagonista di un «atto di odiosa e intollerabile omofobia». Altro che libertà di espressione. «Le tue», le ha detto Franco Grillini, «non sono idee ma calunnie, che sono reato». Molto più cauta Imma Battaglia, leader del movimento omosessuale, che ha scritto a Binetti dicendosi contraria alla sua espulsione. «Ma basta conl a caccia alle streghe gay». L’accusata, presunta cacciatrice di streghe, le ha risposto con una lettera in cui spiega che il suo era un «criterio di prudenza», intendeva sottolineare «il rischio che si poteva presentare in alcuni possibili preti omosessuali, anche per i compiti di formazione accanto ai giovani». La vicenda americana, ricorda, è lì a provarlo.



La rivolta, però, non è solo dei gay. Silenziosa, ma non meno forte, è l’irritazione dell’area cattolica del Pd. Per Pierluigi Castagnetti, l’esposto è «totalmente irricevibile» : «Non voglio credere che la commissione di Garanzia del Pd possa occuparsene». Perché «si può acconsentire o dissentire con le opinioni di chiunque, ma l’unica cosa certa è che in un partito democratico non esiste il reato d’opinione». Diversamente, «vorrebbe dire che non esisterebbe il Partito democratico, esisterebbe una cosa in cui non solo la Binetti ma neppure io e tantissimi altri potrebbero starci». Prende le sue difese anche Renzo Lusetti: «Francamente», dice a libero, «il ricorso mi pare eccessivo. Si sapeva che nel Pd, su certi argomenti, c’erano convinzioni differenti». Si può condividere o meno quanto lei ha detto, «ma questa è materia politica, mi auguro che i provibiri non diano seguito al ricorso». Della stessa opinione è il prodiano Franco Monaco, secondo cui è «fuori luogo invocare il giudizio della Commissione di garanzia», visto che «sulle opinioni, anche le più eccentriche, tanto più in un partito laico e democratico, è meglio affidarsi alla libera discussione piuttosto che alla disciplina». Polemico è il commento di Mario Lettieri: Binetti non si preoccupi perché, tanto, «qualsiasi decisione non avrà alcuna conseguenza». Prova ne è, dice, il ricorso che lui ha presentato per l’illegittimità dell’assemblea nazionale. Gli hanno dato ragione, l’organismo è ancora h. E un assist all’accusata arriva persino dai Radicali. La commissione, dice Marco Cappato, farebbe meglio ad «autosciogliersi» perché il loro riunirsi può avere solo una funzione: «violare la Costituzione e il diritto alla libertà di espressione». Se il Pd vuole occuparsi di laicità, «lo deve fare sul piano delle riforme, non del controllo disciplinare sulle dichiarazioni dei suoi parlamentari». In ogni caso non è detto che il "processo" si faccia. Come spiega a libero Bianca Trillò, avvocato civilista e uno dei garanti, i ricorsi finora esaminati hanno sempre riguardato questioni procedurali. Uno è quello di Lettieri. Un altro riguardava l’elezione del segretario regionale in Sardegna. Trillò è prudente: «Finché non vedo le carte, non dico nulla». Detto questo, «bisogna valutare se la commissione è competente sulla materia». Cioè se può esprimersi su materia politica. Senza contare che l’organismo dei garanti è una sorta di Cassazione. Come nella giustizia ordinaria, è l’ultimo gradino a cui appellarsi. «In genere ci si rivolge prima ai collegi di garanzia regionali ». Oggi si riuniranno per esaminare il ricorso.

giovedì 30 ottobre 2008

Così Obama vuole conquistare il voto di Dio

La Repubblica 30.10.08
Così Obama vuole conquistare il voto di Dio
di Giancarlo Bosetti

Nei sondaggi Obama conquista i credenti più di McCain e rimescola i rapporti tra fede e politica. Quello religioso non è il tema dell´ultima fase della sua campagna, ma lo è stato di tutta. «Riconciliare» fedeli e Democrats è un suo messaggio base fin dal principio. E molto prima di candidarsi, alla convention di Boston del 2004, il senatore di Chicago scosse i liberals americani con un discorso che cominciava parlando di fede: «Anche noi Democratici veneriamo un Dio formidabile».
Adesso è riuscito a sorpassare l´avversario tra i cattolici e i protestanti storici (non evangelici). Nei sondaggi che scompongono gli elettori tra gruppi confessionali (Pew Research-Forum on Religion) il rovesciamento dei rapporti di forza nelle intenzioni di voto è netto da 39-52% a 50-40% tra i cattolici e da 40-50% a 48-43% tra i protestanti. E si tratta dei cattolici non ispanici, perché tra i latinos la prevalenza del Democratico sul Repubblicano è meno problematica, così come tra i non affiliati ad alcuna Chiesa, per non parlare dei protestanti neri, stabilmente pro Obama intorno al 95%. Ma qualcosa si muove, negli ultimi due mesi, anche nella roccaforte inespugnabile del voto repubblicano: gli evangelici, tra i quali sale dal 18 al 24% (McCain dal picco del 74 al 67%, effetto Palin). Si tratta del serbatoio profondo di consensi che Bush riuscì a mobilitare nel 2004 spostando la campagna dal disastro Iraq ai "valori morali" e contro il matrimonio gay.
L´efficacia di Obama tra i credenti non ha niente di casuale. È il risultato di un progetto. E rappresenta il più evidente valore aggiunto della candidatura di Obama nei confronti di Hillary Clinton, la quale difficilmente avrebbe potuto rompere la diffidenza dell´elettorato religioso (la stragrande maggioranza degli americani). L´ex first lady, protestante metodista, non ha mai sottovalutato, ovviamente, l´importanza della fede nella vita politica del suo paese, ma la sua generazione è collegata, nell´immaginario sociale, al ´68 e all´ascesa dei diritti di scelta, all´evoluzione individualista e libertaria del costume. E anche a molte altre cose, che più o meno rozzamente nella campagna avversaria, hanno intrecciato il progressismo americano con una visione materialistica, edonistica ed egoista della vita, e anche a una rottura con la fede.
Il "liberalismo standard", inteso come – diremmo noi – progressismo laico, presta il fianco alle offensive del populismo conservatore, agli attacchi anti-elitisti condotti nel nome dei principi della famiglia e delle paure della gente comune. La parte della società che si preoccupa del deficit etico, della perdita di coesione, della crisi generale di orientamento, aveva trovato in questi anni risposte più soddisfacenti tra i Repubblicani. La crisi economica avrebbe potuto non ridurre, ma acutizzare questa tendenza. Non importa che i leader democratici degli ultimi decenni siano stati in qualche caso ferventi religiosi (vedi Carter) anche più dei Nixon e dei Reagan. Il pendolo dei consensi tra la gente di fede ha avuto una lunga oscillazione che l´ha portato a destra. Kerry non aveva saputo fare molto per contrastare la forza elettorale di Bush e la presa della New Right religiosa.
Solo Obama, in questo più attrezzato di McCain anche per ragioni biografiche, è riuscito – almeno nei sondaggi – a rompere questi allineamenti, facendo pienamente suo il tema del "deficit morale" della vita delle famiglie, del "deficit di empatia" nella condizione della società americana contemporanea, e assumendo la religione, la pluralità delle fedi, come risorsa indispensabile per fronteggiare la crisi. Una prospettiva che in Europa si usa ora definire "post-secolare". Di fronte alla richiesta dei religiosi di influire sulla vita pubblica, la risposta standard di un liberal – ha teorizzato Obama in questi due anni di battaglie politiche – consiste nel rimandare alla libertà lasciata da un regime pluralista. (Sei cattolico o evangelico? Allora non unirti a un omosessuale, non abortire, ma non impedirlo agli altri), ma oggi questa risposta non gli appare più sufficiente.
La comprensione reciproca tra credenti e non credenti deve andare oltre per apprezzare meglio gli uni le ragioni degli altri, e per cercare di interpretarne e tradurne il senso anche nella vita politica. Nulla da revocare della cultura costituzionale americana jeffersoniana che, con il primo emendamento, preserva le istituzioni e la società dal pericolo di un monopolio religioso da parte di qualsivoglia chiesa, ma il passo avanti che Obama invoca a gran voce (anche se sull´aborto ha finora votato come un laico standard europeo) è la fine di una contrapposizione che ha scavato un solco tra chi pratica una confessione e chi non la pratica, mettendo gli uni e gli altri in caricatura: da una parte i religiosi come ossessionati esclusivamente dalla lotta ai matrimoni gay, dalle preghiere a scuola e dal desiderio di proibire l´insegnamento darwiniano, dall´altra i liberal come viziosi dediti all´aborto e a ogni genere di devianza sessuale. Viva la forza morale e coesiva delle religioni, dice Obama, ne abbiamo bisogno, ne hanno bisogno anche i liberals, non solo per ragioni elettorali, ma anche e soprattutto perché, senza quelle risorse e divisi, non potremmo affrontare le sfide del tempo e del nostro destino comune.

mercoledì 24 settembre 2008

Il Partito-che-non-c’è, un’eterna illusione dei laici

Il Partito-che-non-c’è, un’eterna illusione dei laici

Corriere della Sera del 24 settembre 2008, pag. 47

di Filippo La Porta

Massimo Teodori con Storia dei laici (Marsilio) ha scritto un saggio accurato di storia dei movimenti e delle idee, ma anche un libro «visionario», un malinconico elogio del Partito-che-non-c’è (pensando al Neverland di Peter Pan potremmo dire il Neverparty...). La galassia della terza forza - il mondo laico e antitotalitario - pur influente su altri piani (della cultura, del giornalismo) non si è mai tradotta in una forza politica incisiva, a parte certi tentativi riformatori di Lombardi. Perché? Colpa delle due chiese ideologiche incombenti (Pci e Dc), e anche perché si trattava di un «ircocervo»(Croce), una costruzione cioè astratta e troppo problematica per non essere minoritaria nell’Italia elenco-comunista...



Teodori riempie meritoriamente un vuoto storiografico e ci offre un repertorio documentato della terza forza nell’ultimo mezzo secolo, attraverso i ritratti di singole personalità (notevole quello di Adriano Olivetti) e di riviste.



Vorrei solo aggiungere una riflessione. La terza forza, elettoralmente ininfluente, ha avuto però negli anni Settanta un clamoroso risarcimento, ad opera di Pannella e Scalfari, un tempo uniti nelle file radicali. ll primo con la vittoria sul referendum per il divorzio, il secondo con la invenzione della Repubblica hanno per la prima volta tradotto idee e umori di ispirazione laica in un senso comune maggioritario. Hanno contribuito a modernizzare questo Paese. Eppure a entrambe queste esperienze è mancata una riflessione più radicale sugli italiani e sulla modernità stessa. Il divorzio, conquista civile decisiva, è stato anche - ambiguamente - un diritto in più, aggiunto ai molti diritti del cittadino-consumatore. La Repubblica, pur denunciando con puntiglio le tentazioni autoritarie della nostra democrazia, finisce con il celebrare - fatalmente, in quanto giornale di massa -- gli idoli sociali del successo, del denaro, della fama, eccetera.



Nell’area variegata della terza forza convivevano filoni diversi. La sua storia è attraversata non solo dall’opposizione tra i due numi tutelari Croce e Salvemini (già nel 1945!), e dalla varietà multiforme di correnti ideali, ma dal persistere di un,pensiero radicale sul mondo contemporaneo: penso a Nicola Chiaromonte, alla sua limpida riflessione sul potere, sulla verità, sul senso del limite, al suo sforzo di ripensare le basi stesse - precarie - della nostra civiltà dopo la catastrofe bellica, in sintonia con Camus, Simone Weil, Hannah Arendt e altri maestri eretici ospitati sulla rivista Tempo presente... Nel’68 scrisse che la rivolta studentesca, pur legittima, condivideva con il nemico l’unico ideale indiscusso dell’uomo moderno: la soddisfazione di tutti i bisogni, l’«egomania». Al Neverparty, via via appiattito sul presente, sulla società italiana, è mancato sempre più quel senso di emergenza storica e soprattutto quella dimensione critica, di riflessione antropologica (mescolando cultura e politica le ha perse entrambe...). Se l’avesse conservata, la nostra immaginazione morale ne sarebbe oggi rinforzata.

sabato 13 settembre 2008

Le banche islamiche preparano lo sbarco in Italia

La Repubblica 10.9.08
Allo sportello con le regole del Corano
Le banche islamiche preparano lo sbarco in Italia. Il dossier sul tavolo di Draghi
di Ferdinando Giugliano

Rischi di conflitto con la nostra normativa anche su un semplice mutuo

ROMA - Un´opportunità per gli immigrati nel nostro paese, ma anche e soprattutto per le aziende italiane. È la cosiddetta finanza islamica, un insieme di strumenti basati più sull´etica del Corano che sulla religione islamica, e che potrebbe garantire ai mussulmani in Italia un sistema bancario adatto alle loro esigenze, oltre ad avere tutte le potenzialità per diventare un canale preferenziale per gli investimenti arabi nel nostro Paese.
Sono quattro i princìpi cardine del sistema finanziario islamico: il divieto del pagamento di interessi (riba), quello di investire in attività che comportino irragionevole incertezza ed ambiguità (gharar), il divieto di speculazione (maisir) e quello di investire in attività economiche proibite dal Corano, quali armi, pornografia o gioco d´azzardo (haram). Princìpi, questi, che hanno permesso alle banche islamiche di navigare in acque relativamente tranquille durante la crisi dei subprime, proprio per il divieto di commercializzare prodotti particolarmente complessi come i derivati.
Queste stesse norme possono, però, entrare in conflitto con la normativa vigente in Italia. Il rischio non riguarda tanto il caso in cui prodotti di finanza islamica venissero venduti da banche del nostro Paese. «Il problema - spiega Ermanno Mantova, presidente dell´Istituto di Studi Economici e Finanziari per lo Sviluppo del Mediterraneo - riguarderebbe soprattutto la creazione di un vero e proprio "istituto di banca islamica"». Un istituto che, conferma l´ex-direttore generale della banca italo-libica Ubae, Matragna, «potrebbe presentare problemi di tipo normativo e fiscale».
Questo perché, per esempio, la finanza islamica non permette di accendere un mutuo con interesse, ma fa comprare la casa alla banca per poi farla affittare al cliente ad un prezzo che comprende il costo del denaro, fino a quando, corrisposto il pagamento, la casa viene "regalata" al cliente. Così facendo, il problema normativo sorge perché le banche sono di fatto possessori della casa e perciò meno attente alla solvibilità del cliente, andando ad minare uno dei pilastri del sistema creditizio italiano. Quello fiscale, invece, nasce perché il doppio passaggio di proprietà porta le parti a pagare due volte l´imposta di registro, la prima quando la banca compra la casa e la seconda quando la dà al cliente.
Problemi di questo tipo richiedono un intervento da parte del legislatore e delle autorità di vigilanza. «Abbiamo avviato contatti informali con il governo e con la Banca d´Italia, e queste istituzioni - dichiara Hatem Abou Said, incaricato per conto della Islamic International Bank di Londra di costituire una banca islamica in Italia - e credo che non sarà impossibile avere le autorizzazioni necessarie entro il 2008». Non ci sono risposte ufficiali, ma è noto che la Banca d´Italia ha cominciato a studiare l´argomento. L´opportunità è grande, e non solo per gli stranieri in Italia. «Con le banche islamiche - aggiunge Mantova - potrebbero arrivare i petroldollari del Golfo». E, di questi tempi, chi è che direbbe loro di no?

sul «ritorno» della religione dopo la fine delle ideologie

Corriere della Sera 12.9.08
La religione c'è sempre stata, in alcune fasi è stata latente od oscurata dalle ideologie. Il comunismo era una religione sostitutiva
Il dibattito Su «Aspenia» dialogo sul rapporto tra il credo e la politica, sul «ritorno» della religione dopo la fine delle ideologie
di Giulio Tremonti e Massimo D’Alema

Tremonti, D'Alema e il Secolo Religioso «Era della coscienza». «Laicità a rischio»
Ministro ed ex premier d'accordo: qui la fede non è confinabile alla dimensione privata
Oggi vengono messi in discussione i fondamenti stessi dello Stato laico europeo, perché libertà e cittadinanza non si fondano sulla verità

Il nuovo numero di Aspenia, la rivista trimestrale diretta da Marta Dassù, ragiona di religione e politica: «Il ritorno della religione nel dibattito pubblico, sul piano della politica globale e della politica tout court». Apre il dibattito il dialogo tra l'ex premier Massimo D'Alema e il ministro dell'Economia Giulio Tremonti, che si confrontano su «Dei, patrie e famiglie». La domanda di partenza è se il XXI secolo si profili come un secolo religioso dopo la crisi delle ideologie. Per entrambi è improprio parlare di ritorno della religione: secondo D'Alema «si presenta in modi e gradi diversi in aree differenti del mondo»; Tremonti giudica «falsa» quest'idea perché «la religione c'è sempre stata, se pure con intensità diverse». Tra i temi toccati anche la «deprivatizzazione» della religione in Europa, su cui D'Alema e Tremonti si trovano concordi nel sostenere che il fenomeno religioso non è mai stato confinabile in una dimensione privata.
Nella sezione Scenario, dedicata a fede e ragione, l'ex premier Giuliano Amato e il presidente della Fondazione Magna Carta Gaetano Quagliariello dialogano su «Il ritorno di Dio».

Aspenia: «Il XXI secolo si profila come un secolo religioso, dopo che la fine della guerra fredda ha segnato la crisi delle ideologie secolari del secolo scorso, non solo il comunismo ma anche le forme estreme di liberalismo economico. Condividete questa impostazione?
MASSIMO D'ALEMA: «Certamente è tramontata l'idea che aveva preso il sopravvento nella fase culminante della secolarizzazione, e cioè che la religione potesse essere confinata in una sfera privata. Il peso che le religioni sono tornate ad assumere nella sfera pubblica è legato al declino delle ideologie e delle grandi narrazioni novecentesche. In fondo, l'ultimo sussulto delle ideologie del Novecento è stata l'ideologia della fine delle ideologie, con la famosa teoria, dopo il crollo del Muro di Berlino, della fine della storia. Inutile dire quanto tale teoria si sia dimostrata fallace. E non c'è dubbio che l'11 settembre abbia aperto un secolo nuovo. Ma non so dire, onestamente, se sarà davvero un secolo religioso. Per la semplice ragione che il ritorno della religione — in quanto bisogno di dare un senso non solo all'esistenza ma alla convivenza umana — si presenta in modi e gradi diversi in aree differenti del mondo. (...) Dominique Moïsi distingue fra tre grandi aree: quella della paura, che saremmo noi, l'Occidente; quella del rancore, e cioè il mondo islamico; e infine l'area della speranza, in cui rientrano la società asiatica e le grandi aree emergenti. È in questa ultima parte del mondo che la religione conta di meno. Naturalmente, l'elemento religioso è comunque importante, per esempio in paesi come l'India; ma quel che voglio dire è che nelle aree emergenti ed economicamente vitali, lo spazio pubblico è dominato da una certa fiducia nel progresso, e quindi nel proprio futuro. La religione, invece, conta moltissimo nel mondo occidentale e nel mondo islamico; nel primo sono nate nuove paure, anche come risultato dei processi di globalizzazione; nel secondo domina la frustrazione».
GIULIO TREMONTI: «L'idea del «ritorno della religione» per me è un'idea falsa. Se l'unità temporale su cui si basa la domanda è quella del secolo, allora non credo proprio che la religione sia mai «scomparsa» e per di più per tutto un secolo, quale che sia il secolo. La religione c'è sempre stata, se pure con intensità diverse: in alcune fasi è stata dominante, in altre latente, in altre ancora — soprattutto nel Novecento— è stata in parte oscurata dalle grandi ideologie, configurate a loro volta come religione sostitutiva. Il comunismo è stato costruito, prospettato e poi vissuto come una religione sostitutiva. Lo stesso partito comunista, del resto, era gerarchicamente e simbolicamente costruito come una chiesa. Tra le tante, una delle follie del nazismo consisteva proprio nella sua cifra di religione pagana. Fuori dalla dimensione temporale (il secolo) c'è piuttosto nella domanda la dimensione dello spazio. Qui, se la dimensione spaziale coincide con la dimensione globale, concordo nel vedere forti asimmetrie e discontinuità. In molte società emergenti, la componente della religione ha, in effetti, una rilevanza abbastanza tenue. Ma non è così in altre parti del mondo. Sarebbe una forzatura dividere il mondo in aree omogenee. Prendiamo per esempio il caso della Cina: pur dentro il nuovo meccanismo comunista/capitalista, la dimensione religiosa è molto forte, l'etica confuciana continua a essere fondamentale.. (...)»
ASPENIA: Benedetto XVI sostiene che «in un mondo senza verità, la libertà perde il suo fondamento e la democrazia senza valori perde la sua anima». Come valutate il messaggio del papa dell'Occidente? È il segno di un'inversione di tendenza, di una sostanziale «deprivatizzazione » della religione nell'Europa postsecolare? L'Europa, insomma, abbandonerebbe il laicismo per diventare più simile all'America, dove la religione è sempre stata considerata una risorsa per la democrazia?
TREMONTI. «L'americanizzazione dell'Europa... lascerei questa formula, un po' novecentesca, a Gramsci e a Ortega y Gasset. Piuttosto, non credo nella separazione tra dimensione privata e dimensione collettiva della religione. Quella della privatizzazione della religione è un'idea laica e perciò un'idea esterna alla religione. La nostra religione, per come è costruita e per come è stata vissuta per secoli da milioni di persone, è sempre stata insieme interna ed esterna: un modo di riferirsi agli altri. Non c'è mai stato, in questa dimensione, l'individuo da solo, ma la persona in rapporto non solo con se stessa, ma anche con la famiglia, e la famiglia in rapporto con la collettività. È stato fatto anche un discorso sul progresso e sulla crisi. In Occidente, il progresso, l'idea del progresso con il crescente benessere che ne è derivato, ha creato un effetto di euforia, a sua volta progressiva. Ora la fase euforica sembra terminata con la crisi. Credo che sarebbe terminata comunque, per il suo stesso eccesso parossistico. Alla fine, quando hai troppe cose e inutili, quando tutto diventa insufficiente in modo paradossale, insufficiente per eccesso, torni a porti interrogativi più fondamentali e per così dire valoriali, sulla tua ragione d'essere esistenziale. Soddisfatta la domanda di beni materiali, torni naturalmente ai valori immateriali. Il crescere del benessere produce prima un'euforia che porta le persone in una dimensione «nuova» rispetto a quella tradizionale. Ma poi, fatalmente, l'euforia termina. La crisi, se c'è, se arriva, accelera solo questo processo. La crisi può rendere evidenti alcuni elementi di rottura, ma al ritorno della religione (che in realtà c'è sempre stata) saremmo arrivati comunque».
D'ALEMA: «Tornerei alla domanda di partenza: se il messaggio del papa sia il segno che il rapporto tra politica pubblica e religione, in Europa, è ormai più simile a quello americano. La mia risposta è semplice: sì. Sono d'accordo con Tremonti quando dice che il fenomeno religioso, in Europa, non è stato mai confinabile in una dimensione privata. Difficile dimenticare, del resto, che il cattolicesimo italiano, in particolare, è stato un grande fenomeno sociale e politico, tanto che ha governato per cinquant'anni l'Italia. Ma oggi, col ritorno della religione nella sfera politica, quella che viene messa in discussione non è la secolarizzazione edonistica. Vengono messi in discussione i fondamenti stessi dello Stato laico europeo, come si è venuto configurando dal XVII secolo in poi. La sfida culturale è a questa altezza. Lo Stato laico europeo nasce infatti dalla considerazione che la libertà non può fondarsi sulla verità. E nasce all'indomani delle guerre di religione, quando si prende atto che la pretesa di fondare la cittadinanza sull'appartenenza religiosa —
cuius regio eius religio — porta alla guerra e da tutto ciò si esce proclamando che lo Stato è laico perché le libertà e la cittadinanza non si fondano sulla verità. Ora, non vi è dubbio che oggi, per la crisi profonda dell'Occidente, che è una crisi culturale e ideale prima che economica, ci troviamo anche di fronte a un ritorno religioso che è legato alla ricerca di senso. Ma esiste anche questa vena integrista, che mette in discussione non l'edonismo, ma il fondamento stesso della laicità dello Stato. E quindi io distinguo tra il ritorno prepotente della fede religiosa come modo per dare un fondamento etico alla propria esistenza individuale, e l'uso politico della religione». (...)
ASPENIA: Di fronte ai dilemmi che pongono la scienza, la biotecnologia, non è un anacronismo paventare una restaurazione del potere temporale della chiesa?
D'ALEMA: «Io non temo la restaurazione del potere temporale della chiesa. È legittimo che i cristiani facciano vivere i loro valori, come disse Aldo Moro all'indomani della sconfitta cattolica al referendum sul divorzio; ma pretendere di imporli per legge urta con la coscienza moderna. Anche perché tutto ciò può rappresentare un impedimento alla libera ricerca scientifica, e questo va evitato. È evidente che il legislatore deve confrontarsi con problemi nuovi, ma il mio timore non è che torni il papa re. La mia paura è un'altra: che in questa sorta di sposalizio con l'Occidente malato, che si volge alla religione in chiave identitaria e che riscopre le radici cristiane in una chiave difensiva, la chiesa rischi di perdere l'universalità del messaggio cristiano. Questa universalità del messaggio cristiano la sentivo di più, devo ammetterlo, nel precedente pontificato, in cui peraltro l'elemento di integrismo religioso era fortissimo e anche molto critico verso gli esiti della globalizzazione, prendendo spesso il posto di una sinistra silente. Mentre nel papato di Ratzinger avverto assai di più il legame con l'Occidente, e l'avverto come un limite all'universalismo cristiano».
TREMONTI: «È corretto iniziare la nostra riflessione su questo punto, proprio, come suggerito, dalla pace di Westfalia, il cui dictum era cuius regio eius religio. Ma appunto: cuius regio eius religio. Religio. Questa parola e non altre. E questo semplice fatto è prova in sé, insieme assoluta e storica, della rilevanza propria della componente religiosa. Nei secoli la "cifra" religiosa sale, scende, viene oscurata, poi riprende, ma non per caso — ripeto — la formula che è usata ancora oggi è cuius regio eius religio, non eius altro. Ciò premesso, una discussione utile va comunque sviluppata, separando la dialettica strumentale da quella sostanziale. La prima utilizza i fatti religiosi in termini polemici. In questi termini, sullo stesso piano degli atei devoti, credo che possano essere messi anche i laici polemici. Zapatero, per esempio, ne è l'eroe eponimo. (...) Detto questo, escludo che, nel tempo presente, ci sia il rischio di un ritorno del potere temporale. La dialettica tra atei devoti e laici polemici, con il relativo apparato di argomenti strumentali, è tuttavia, come dicevo, e per fortuna, relativamente marginale. Sostanziali, sulla dividente "destra"-" sinistra", sono invece altre grandi questioni. Il matrimonio è stato una di queste grandi questioni. E, soprattutto, la scienza. (...) Non ci limitiamo più alla fase gnoseologica, a conoscere la vita, ma agiamo sulla vita, tentando di crearla o di ricrearla. Certo, anche la bomba atomica agiva sulla vita, ma in negativo, la distruggeva. Poneva dilemmi morali drammatici, ma diversi da quelli che si presentano ora. Un conto è infatti distruggere la vita, un conto è crearla. Distruggere la vita è drammatico, ma crearla è diverso e ancora più drammatico. Si sta avverando la profezia di Malthus, la profezia dell'uomo che non dipende da un'origine, ma che è origine esso stesso: la bestiaccia della favola era già la profezia del postumano, la fabbrica di nuovi corpi o di nuovi ectoplasmi. Sono dilemmi che non si pongono solo a destra, si pongono anche a sinistra. Ma è con questo e proprio per questo che la sinistra ha perso un'altra delle sue basi storiche di sicurezza: l'assoluta sicurezza nella scienza come matrice infallibile di progresso. Per come vedo e sento, sono fortemente convinto dell'ipotesi che una maggiore luce della scienza potrà portare con sé una maggiore luce della ragione e, con questa, anche della coscienza. La dialettica profonda è infatti tra ragione e fede, tra scienza e coscienza, sapendo che devono stare tutte insieme». (...)

martedì 9 settembre 2008

L'appello del Papa

il Riformista 9.9.08
L'appello del Papa
Dai movimenti al Parlamento. Politici cattolici, alla fine ci pensa Ruini?
di Paolo Rodari

Non sono pochi i vescovi della Chiesa italiana che ritengono che alle parole pronunciate l'altro ieri dal Papa, secondo le quali serve al mondo della politica «una nuova generazione» di «cristiani impegnati» che con «competenza e rigore morali» cerchino soluzioni di «sviluppo sostenibile», occorra rispondere in fretta. Ma per tutti una cosa è evidente: la risposta non possono più essere quelle scuole di formazione politica che, sul finire degli anni Settanta e l'inizio degli Ottanta, provarono a occupare quello spazio che gradatamente lo sfaldamento della Democrazia cristiana stava lasciando libero dietro di sé: le scuole fallirono (erano nate come funghi ovunque, soprattutto nelle parrocchie, negli istituti religiosi, nei centri culturali e nelle diocesi) anche perché - come spiega al Riformista Luca Diotallevi - «la politica è una prassi, non è un episteme, e dunque non s'impara a scuola». Non solo. Secondo Diotallevi il richiamo più importante fatto dal Pontefice domenica risiede nella richiesta «che queste nuove generazione di laici lavorino per il bene comune». In sostanza, è una richiesta che va in scia a quanto il cardinale Camillo Ruini intende debba essere la presenza cattolica in politica: non la fossilizzazione in un unico partito per difendersi dal nemico, quanto una proposta culturale della propria identità a 360 gradi, correndo magari il rischio della contestazione e, a volte, della marginalizzazione.
Dunque il cardinale Ruini: attraverso la presidenza del progetto culturale, sarà lui a continuare la linea intrapresa dalla Chiesa con la fine della Dc: basta col partito unico, sì al bipolarismo e soprattutto a un'opera di riavvicinamento, di ri-affezione dei cattolici al lavoro culturale e quindi anche all'impegno politico.
La risposta alle parole del Papa, insomma, è dal basso che deve sorgere, da dove già ci sono luoghi e persone "vivaci", interessate alla promozione del bene comune e, dunque, all'impegno anche in politica. Sono luoghi non difficili da elencare e che soltanto oggi, dopo i quindici anni di guida della Cei di Ruini, sembrano aver trovato le energie giuste per emergere. Per dire: «Eccoci, i nuovi cattolici in politica siamo noi».
Innanzitutto ci sono le Acli che stanno costituendo una propria fondazione. Si chiama "Achille Grandi" e il suo scopo è quello di creare un circolo virtuoso tra formazione alla cittadinanza e formazione politica. In sostanza, la fondazione vuole creare dei luoghi di incontro, aiuto e formazione permanente non soltanto per i politici, ma per tutti quei laici impegnati nella ricerca del bene comune. È, negli intenti, l'opposto di quelle scuole di formazione politica in voga all'inizio degli anni Ottanta. Il metodo è ribaltato. Si offrono luoghi di sviluppo di tutta la persona ai quali futuri politici e coloro che già sono impegnati in politica, possono attingere forze, energie, idee.
Anche il Movimento politico per l'unità dei focolarini si muove più o meno così: dare un'anima, un'ispirazione, alla politica attraverso incontri nelle sedi parlamentari, regionali, nelle città, convegni e seminari di studio, grandi manifestazioni. Affinché una politica volta all'unità e alla ricerca del bene comune sia messa in campo. È più o meno la stessa scia sulla quale navigano oggi l'Azione cattolica, la Fuci, l'Mcl e tanto associazionismo cattolico.
Simile, ma con sfaccettature diverse, è quella Rete Italia fondata dai politici Formigoni, Lupi e Mauro. I tre ciellini hanno aggregato attorno a sé amministratori locali, studenti universitari, giovani attirati dalla politica e simpatizzanti di vario genere, interessati a essere formati a un certo modo di fare politica. In pratica il modello a cui guardare è quello lombardo da anni nelle mani di Formigoni. I tre hanno messo su anche una scuola dove si apprende "come fare politica" ma, più in generale, anche qui è un luogo che fa da collante tra un certo cattolicesimo impegnato (Cl) e l'attività politica.
A Roma, nel palazzo detto dei "cento preti", un tempo ricovero per i sacerdoti della diocesi, risiedono tre organizzazioni cruciali per il mondo dell'associazionismo cattolico. Non fanno politica in senso stretto ma incarnano alla perfezione l'idea che più che di scuole politiche vi sia bisogno di uomini capaci di influenzare la politica sui temi più importanti. Ai "cento preti" c'è il settore "vita" coordinato da Scienza & Vita, quello "società" da Retinopera e la lobby della "famiglia" coordinata dal forum delle associazioni familiari.