venerdì 15 maggio 2020

la dottrina diabolica

Il Ghibellino: la dottrina diabolica:

Brenda Maddox
La dottrina diabolica
Il controllo delle nascite secondo Wojtyla
Eleuthera,  1992

Dalla quarta di copertina:
Brenda Maddox, scrittrice e giornalista americana che da molti anni vive e
lavora in Gran Bretagna è un’agnostica che però conserva evidenti e dichiarate
radici culturali cattoliche. Il che dà un sapore particolare a questo vigoroso
attacco alla dottrina vaticana sul controllo delle nascite, dottrina
tradizionale ma riaffermatasi in modo radicale con il papato di Wojtyla. Una
dottrina sostanzialmente sessuofobica ed antifemminile clic vorrebbe ricondurre
il sesso a puro strumento di riproduzione e la maternità a punizione della
satanica sessualità femminile. Una dottrina che non è semplicemente
reazionaria. ma che diventa schiettamente assurda, anzi «diabolica» (per le
sofferenze che infligge) quando viene applicata alla drammatica dinamica
demografica del Terzo Mondo e all’emergenza AIDS. quando cioè Wojtyla propone
l’alternativa «sesso senza protezione» (non protetto rispetto alla riproduzione
ma anche al contagio) oppure astinenza. Pura follia. Come dice e argomenta la
Maddox in questo libello scritto nello stile indignato e appassionato della
gloriosa tradizione del pamphleteering anglosassone.

mercoledì 13 maggio 2020

Il Ghibellino: francobollo iraniano per la nascita di gesù

Il Ghibellino: francobollo iraniano per la nascita di gesù: questo è un francobollo iraniano intitolato: " in occasione della celebrazione della nascita di gesù Cristo" " la di...

sabato 8 giugno 2013

Io Firmo il referendum Libertà di scelta nella destinazione dell’otto per mille

link all'evento su Facebook:
Io Firmo il referendum Libertà di scelta nella destinazione dell’otto per mille:
Per restituire l’effettiva libertà di scelta ai cittadini. Vogliamo che la quota relativa alle scelte non espresse sull’8xMille (attualmente più del 50% del totale, circa 600 milioni di euro l’anno, ridistribuita alle confessioni religiose) rimanga in capo al bilancio generale dello Stato.

Viene abrogata la disposizione che prevede che anche l’8x1000 di chi non esprime alcuna indicazione venga ripartito tra le confessioni religiose. Effetti: la quota relativa alle scelte non espresse (attualmente più del 50% del totale, circa 600 milioni di euro l’anno) rimarrebbe in capo al bilancio generale dello Stato anziché essere ripartita in favore soprattutto (al 90%) della Conferenza episcopale italiana. Non si arrecherebbe alcun danno alle attività caritatevoli, visto che il fondo 8x1000 si è moltiplicato per cinque negli ultimi 20 anni, arrivando alla cifra record di un miliardo e cento milioni di euro l’anno!

“Volete che sia abrogata la legge 20 maggio 1985, n. 222, limitatamente all'articolo 47, terzo comma, limitatamente al secondo periodo: "In caso di scelte non espresse da parte dei contribuenti, la destinazione si stabilisce in proporzione alle scelte espresse ?"

sabato 1 giugno 2013

Libertà di scelta nella destinazione dell’otto per mille | Cambiamonoi

Libertà di scelta nella destinazione dell’otto per mille | Cambiamonoi:
Per restituire l’effettiva libertà di scelta ai cittadini. Vogliamo che la quota relativa alle scelte non espresse sull’8xMille (attualmente più del 50% del totale, circa 600 milioni di euro l’anno, ridistribuita alle confessioni religiose) rimanga in capo al bilancio generale dello Stato.

Viene abrogata la disposizione che prevede che anche l’8x1000 di chi non esprime alcuna indicazione venga ripartito tra le confessioni religiose. Effetti: la quota relativa alle scelte non espresse (attualmente più del 50% del totale, circa 600 milioni di euro l’anno) rimarrebbe in capo al bilancio generale dello Stato anziché essere ripartita in favore soprattutto (al 90%) della Conferenza episcopale italiana. Non si arrecherebbe alcun danno alle attività caritatevoli, visto che il fondo 8x1000 si è moltiplicato per cinque negli ultimi 20 anni, arrivando alla cifra record di un miliardo e cento milioni di euro l’anno!

“Volete che sia abrogata la legge 20 maggio 1985, n. 222, limitatamente all'articolo 47, terzo comma, limitatamente al secondo periodo: "In caso di scelte non espresse da parte dei contribuenti, la destinazione si stabilisce in proporzione alle scelte espresse ?"

domenica 14 aprile 2013

Sì ai pantaloni, vincono le deputate turche

La Repubblica 
12.04.2013
Sì ai pantaloni, vincono le deputate turche
Una norma del ’23 le costringeva a indossare la gonna in Parlamento. Due anni di proteste
 Marco Ansaldo

Il caso di Safak Pavey, che ha una protesi alla gamba, ha portato alla modifica della legge

ISTANBUL - Le deputate della Turchia sono un gruppo folto (78, su 540 parlamentari). Spesso sono signore dotate non solo di vis polemica e di capacità politiche di buon livello, ma anche di grande femminilità. E ieri sono state in grado di vincere una battaglia di forte impatto sull´opinione pubblica locale e internazionale per i loro diritti civili. Il Parlamento di Ankara, infatti, ha decretato che nelle aule dell´Assemblea ora anche le donne potranno indossare i pantaloni.
Il regolamento interno prevedeva ancora oggi una norma desueta, però rispettata, sull´abbigliamento delle onorevoli. Dovevano per l´appunto presentarsi rigorosamente in gonna. Non stretta e sotto il ginocchio. Una regola che, fino a ieri, andava anche oltre gli austeri ambienti istituzionali, arrivando negli uffici pubblici e nelle rappresentanze diplomatiche. C´è ancora chi ricorda quando, in un´ambasciata, un´impiegata si presentò al mattino al lavoro indossando un paio di normalissimi calzoni, e fu redarguita con il consiglio di portare un capo di abbigliamento più appropriato.
Ma la Turchia del 2013, che si sta trasformando a vista d´occhio sotto il profilo economico, ambendo non solo ad entrare nell´Unione Europea, ma a diventare nel giro di pochi anni uno dei dieci Grandi al mondo (secondo gli auspici del Presidente della Repubblica, Abdullah Gul), non può rimanere al palo su questioni altrove superate da tempo. Ed è così che è nata l´idea – ben appoggiata, è necessario dirlo, anche dalla parte maschile del Parlamento turco – di eliminare quella norma così desueta. La proposta di modifica della legge è stata presentata due anni fa. Risale infatti ad allora la polemica descritta sui giornali di Istanbul, la capitale mediatica del Paese, per le foto pubblicate sulla deputata Safak Pavey, parlamentare del principale gruppo di opposizione, il Partito repubblicano del popolo, di ispirazione socialdemocratica, fondato da Mustafa Kemal, detto Ataturk, padre della Turchia moderna. La donna portava infatti una protesi alla gamba, resa ben visibile dalla gonna che la legge la costringeva a indossare. Da lì cominciò il dibattito sull´opportunità di modificare quell´articolo 56 del regolamento che, a molti, appariva ormai da buttare. E ieri i deputati hanno infine dato il loro via libera.
Il divieto risaliva addirittura alla fondazione della Repubblica turca, nel 1923. Dove la norma oggi incriminata prevedeva espressamente che le donne in Parlamento potessero indossare solo la gonna. A suo tempo la misura era stata introdotta per "deislamizzare" la vita pubblica, in un Paese che usciva dalle rovine dell´Impero ottomano. Alle deputate era vietato non solo indossare il velo, ma anche i pantaloni islamici larghi, che pure cancellavano le forme. Facile ora intuire dove porterà questa forma di liberalizzazione: a una battaglia parlamentare volta a togliere anche il divieto di indossare il velo. I laici si oppongono al copricapo, perché lo considerano non solo un simbolo religioso, ma un elemento di appartenenza anche politica al partito islamico moderato da 10 anni al potere in Turchia. La svolta di ieri prelude così a un confronto più aspro proprio sul velo. E l´ispiratore della riforma è il Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp) del premier islamico Recep Tayyip Erdogan.

martedì 15 novembre 2011

Ministri, nella lista tre poltrone “pesanti” per il mondo cattolico

La Stampa 13.11.11
Ministri, nella lista tre poltrone “pesanti” per il mondo cattolico
Riconoscimento alla Chiesa per il ruolo nella caduta del governo
di Fabio Martini

Michele, il fidatissimo chef ciociaro di Berlusconi, ha dovuto cucinare quello che resterà l’ultimo pranzo a Palazzo Chigi del Cavaliere per un ospite molto particolare: il più probabile successore del suo capo. Per due ore Mario Monti è stato ricevuto a Palazzo Chigi (e non a Palazzo Grazioli) da Silvio Berlusconi nel corso di un pranzo che è servito a chiarirsi le idee, spianare gli ultimi ostacoli verso la nascita del nuovo governo. Il pranzo tra un premier ancora in carica e uno in pectore è stata una delle tante originalità di una crisi politica che, oramai da mesi, sta cambiando la Costituzione materiale del Paese.
Nel corso della giornata di ieri Mario Monti, ad appena 24 ore dalla sua prima giornata da senatore a vita, ha impresso una decisa accelerazione in vista del conferimento dell’incarico del Capo dello Stato, svolgendo quel giro esplorativo tra i potenziali leader della maggioranza che di solito viene compiuto non prima ma dopo il mandato presidenziale. Prassi inedita, imposta dalla emergenza-mercati: il Quirinale vorrebbe che nel corso della giornata di domani, alla riapertura delle Borse, l’Italia avesse già un nuovo governo, che abbia espletato la prima formalità, quella del giuramento dei ministri.
Proprio per evitare vuoti di potere, Monti si è imposto una giornata da politico a tutto tondo: in mattinata si è incontrato con Pier Luigi Bersani, a pranzo si è visto con Silvio Berlusconi e nel pomeriggio ha avuto colloqui con Pier Ferdinando Casini, Gianfranco Fini e Francesco Rutelli, in altre parole con tutti e cinque i leader del «pentapartito di unità nazionale». Un lavoro di bulino, che spesso viene esercitato dagli sherpa appositamente incaricati e che invece Monti ha dovuto svolgere in prima persona. Col macigno di Gianni Letta da rimuovere, una grana aggravata dal fatto che il «Richelieu» di Berlusconi ha partecipato al pranzo nel quale Monti ha dovuto comunicare che non c’erano i margini per quella soluzione.
Nel corso della giornata Monti ha proseguito anche il lavoro di composizione della sua squadra, nel caso in cui oggi venisse incaricato di formare il nuovo governo. Un lavorio che dura da diversi giorni e che si è andato componendo secondo lo schema di gioco iniziale: quello di un governo di soli tecnici. Uno schema che nei giorni scorsi era stato condiviso da Pdl e Pd ma che nelle ultime ore ha vacillato per effetto della pressione del Popolo della libertà a favore di Gianni Letta, ma che alla fine ha tenuto. I ministri con portafoglio saranno dodici come imposto dalla riforma Bassanini, ma quasi certamente se ne aggiungeranno uno o due senza portafoglio, con una drastica riduzione rispetto agli attuali dieci. Forte dimagrimento anche per quanto riguarda i sottosegretari: anche questi tutti tecnici, dovrebbero essere non più di venticinque.
Interessante anche la filosofia che presiede alla struttura del governo. Molta attenzione al mondo cattolico, che dovrebbe contare due, forse tre ministri chiaramente identificabili. Un’attenzione che sarebbe semplicistico etichettare come «quota Todi», ma che ha due motivazioni. Anzitutto il riconoscimento, certo non esplicito, al contributo che la Chiesa italiana ha dato all’erosione culturale e alla fine anche politica del berlusconismo. Ma c’è un motivo in più: Oltretevere guardano con interesse ma, per ora, senza particolare afflato all’operazione-Monti. Come dimostra quanto scrive il direttore di «Avvenire» Marco Tarquinio: «Non serve solo “tecnica”, ma anche moltissima buona politica» e in ogni caso «l’Italia nonpuò essere commissariata da qualcuno o qualcosa». Dovrebbero entrare nel governo Monti, come Guardasigilli il professor Cesare Mirabelli (docente alla Lateranense e consigliere generale presso la Città del Vaticano), ma anche Stefano Zamagni, bolognese, vicino a Romano Prodi, che ha collaborato alla stesura della enciclica «Caritas in veritate». In corsa anche il rettore della Cattolica Lorenzo Ornaghi. In alternativa a Zamagni - più difficile, ma non impossibile - l’ingresso di Andrea Riccardi, leader della Comunità di Sant’Egidio, mentre sono in caduta le azioni di Umberto Veronesi, una sorta di «uomo nero» per Santa Romana Chiesa.
Per quanto riguarda il comparto economico, la candidatura di Fabrizio Saccomanni, direttore generale di Bankitalia, si sarebbe indebolita per effetto della contrarietà del centrodestra, ma da via Nazionale potrebbe arrivare lo stesso un ministro, meglio una ministra: Anna Maria Tarantola, il cui nome era entrato nel toto-governatore dopo la nomina di Mario Draghi alla Bce. La Tarantola potrebbe andare allo Sviluppo economico. Per quanto riguarda il ministero-chiave, l’Economia, suspense fino all’ultimo. Potrebbe essere lo stesso Monti a tenere per sé l’incarico con un interim, ma il presidente della Bocconi potrebbe chiedere di occupare quella poltrona a Guido Tabellini, dal 2008 rettore alla Bocconi. Molto probabile anche l’ingresso di Giuliano Amato, da tre anni e mezzo non più parlamentare e presidente della Treccani: per lui si continua a ipotizzare un incarico da ministro degli Esteri. Alla Difesa resta forte la candidatura del generale Rolando Mosca Moschini. Come sottosegretario alla presidenza, il favorito è Enzo Moavero Milanesi, già capo di gabinetto di Monti a Bruxelles e prima, consigliere a Palazzo Chigi di Amato e Ciampi.